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Comunicazione di coppia: quando chi insiste e chi si chiude restano intrappolati nello stesso schema

3 ore fa
Tempo di lettura: 6 min

Capita in tante coppie, anche in quelle che si vogliono bene e che condividono una vita insieme da anni: a un certo punto, parlarsi comincia a sembrare più difficile che restare semplicemente in silenzio. Una persona ha bisogno di affrontare un argomento, di chiarire qualcosa che la preoccupa, magari solo di sentirsi ascoltata un po' di più. L'altra, davanti a quella stessa richiesta, sente il bisogno opposto: prendere le distanze, chiudere l'argomento, uscire dalla stanza anche solo mentalmente.

Non è un problema di cattiva volontà, né il segno che l'amore sia finito. È uno schema di comunicazione molto comune, che la psicologia chiama spesso «richiesta e ritiro»: una persona insiste, chiede un cambiamento, torna sull'argomento; l'altra si difende, minimizza o si allontana. Più la prima insiste, più la seconda si ritira. Più la seconda si ritira, più la prima sente il bisogno di insistere. È un circolo che si alimenta da solo, e che quasi sempre lascia entrambi più soli di prima, anche quando il problema di partenza era piccolo.

Perché può comparire questo schema di comunicazione

Non nasce quasi mai da un singolo litigio, ma si costruisce nel tempo, spesso a partire da come ciascuno dei due ha imparato, fin da prima di stare insieme, a gestire la vicinanza e il disaccordo. Chi tende a insistere lo fa spesso perché ha bisogno di una rassicurazione sul legame: insistere diventa un modo, anche se poco efficace, per sentire che l'altro c'è ancora. Chi tende a ritirarsi, dall'altra parte, vive spesso il conflitto come qualcosa che minaccia la relazione più che come un'occasione per chiarirsi, e si allontana per proteggere sé stesso e, a modo suo, anche la coppia.

Una ricerca condotta su oltre duecentosessanta coppie nel corso di un anno ha mostrato proprio questo: quando una persona vive una certa insicurezza nel legame, come il timore di non essere amata abbastanza o il bisogno di mantenere le distanze per non soffrire, questa insicurezza non pesa sulla soddisfazione di coppia in modo diretto, ma passa attraverso il modo in cui i due comunicano, in particolare attraverso schemi di richiesta e ritiro (Lefebvre et al., 2026). In altre parole, non è l'insicurezza in sé a logorare la relazione, ma il modo in cui finisce per tradursi, giorno dopo giorno, nelle conversazioni reali.

Come si manifesta e cosa lo mantiene nel tempo

Nella pratica, questo schema si riconosce facilmente una volta che lo si conosce. Chi insiste alza il tono, ripete la stessa richiesta con parole diverse, cerca il contatto anche quando l'altro ha già la testa altrove. Chi si ritira annuisce senza rispondere davvero, cambia argomento, si alza, si rifugia nel telefono o nel lavoro. Nel momento stesso in cui agiscono così, entrambi hanno la sensazione di fare l'unica cosa possibile.

Uno degli aspetti più studiati di questo schema è la sua tendenza a irrigidirsi proprio nelle coppie più in difficoltà: la ricerca mostra che quanto più una coppia attraversa un periodo di forte tensione, tanto più la sequenza richiesta-ritiro diventa rigida e prevedibile, quasi un copione che si ripete sempre uguale indipendentemente dall'argomento specifico (Eldridge et al., 2007). Un altro elemento che pesa, forse il più corrosivo nel tempo, è la presenza del disprezzo nei momenti di conflitto, cioè sguardi, tono e parole che trasmettono «ti guardo dall'alto in basso» più che «non sono d'accordo con te»: uno studio su coppie di sposi da poco ha trovato che proprio il disprezzo espresso durante le discussioni, insieme alla sua controparte positiva, cioè l'affetto mostrato nei momenti belli, prediceva in modo significativo come sarebbe andata la relazione oltre un anno dopo (Graber et al., 2011). È una notizia utile, in un certo senso: significa che quello che succede nei momenti positivi conta quanto quello che succede nei conflitti.

Quando diventa importante prestarci attenzione

Non tutte le incomprensioni meritano un percorso. Avere giornate storte, qualche discussione più accesa, momenti in cui ci si parla meno fa parte di qualunque relazione lunga. Il punto in cui vale la pena fermarsi a riflettere, da soli o insieme, è quando questo schema diventa l'unico modo di stare nel disaccordo: quando ogni discussione, qualunque sia l'argomento di partenza, finisce sempre nello stesso punto morto, con uno dei due che insiste e l'altro che sparisce, letteralmente o emotivamente. È un segnale da non ignorare anche quando compare una stanchezza che non c'entra con un singolo episodio, ma con la sensazione più ampia di parlare lingue diverse, o di aver smesso di sentirsi davvero ascoltati.

Quali conseguenze può avere nella vita quotidiana

Quando questo schema si consolida, il costo non riguarda solo i momenti di discussione. Si tende a evitare certi argomenti per paura di innescare la stessa sequenza, il che spesso significa rimandare decisioni importanti, sulla famiglia, sul lavoro, sulla gestione della casa, invece di affrontarle. Cresce la distanza emotiva anche fuori dai conflitti, perché l'energia spesa per anticipare o evitare lo scontro toglie spazio alla vicinanza quotidiana. E non è raro che compaiano anche segnali più individuali: irritabilità, difficoltà a dormire, un senso di solitudine che sorprende, perché capita proprio dentro una relazione che su altri piani continua a funzionare.

Come si può intervenire in modo professionale e personalizzato

La buona notizia, anche qui, è che questo schema non è un dato di fatto immutabile: può essere modificato, lavorando non tanto su chi ha ragione quanto sul modo stesso in cui i due comunicano. In uno studio condotto su coppie che si erano rivolte a un servizio di consulenza, un breve percorso centrato sulle competenze di auto-rivelazione, cioè imparare a esprimere ciò che si prova in modo diretto invece di criticare o di ritirarsi, ha portato a una riduzione misurabile proprio degli schemi di richiesta-ritiro e di reciproco evitamento, con un aumento della comunicazione costruttiva (Zarei e Sanaeimanesh, 2014).

Nel lavoro clinico, il punto di partenza è quasi sempre capire come funziona la sequenza specifica di quella coppia, più che applicare una tecnica standard uguale per tutti. La terapia breve strategica, che affonda le radici nel lavoro della Scuola di Palo Alto, è spesso utile proprio perché guarda alla comunicazione come a un sistema: cambiare anche solo la mossa di una persona, per esempio smettere di inseguire l'altro con la stessa richiesta e lasciare invece uno spazio reale di silenzio, può bastare a incrinare il copione e a far emergere una dinamica diversa. In alcuni percorsi, soprattutto quando la tensione si accompagna a un'attivazione fisica difficile da calmare nel momento del conflitto, può essere utile anche l'ipnosi ericksoniana: non per "risolvere" la coppia dall'esterno, ma per aiutare la persona a riconoscere, proprio mentre sente salire il bisogno di insistere o di sparire, uno spazio in più prima di reagire in automatico. Tecniche di rilassamento semplici, come il respiro lento o un breve training autogeno praticato singolarmente, possono aiutare a restare più lucidi nei momenti in cui la tentazione è alzare la voce o andarsene. Nessuna di queste strade sostituisce, quando serve, un lavoro più ampio sulla coppia nel suo complesso: restano strumenti che si integrano in un percorso costruito sulla situazione reale delle due persone, non una formula valida per chiunque.

Se in questo schema vi siete riconosciuti, la cosa più utile non è cercare subito chi ha «iniziato» o chi ha più torto, ma guardare insieme a come funziona il cerchio in cui vi sentite bloccati. Un percorso personalizzato può aiutare proprio a vedere quella dinamica dall'esterno, e a provare mosse diverse da quelle che, da soli, sembrano le uniche possibili.

Ricevo a Lamezia Terme, in provincia di Catanzaro, e seguo anche percorsi di coppia e individuali online, per chi preferisce o non può raggiungere lo studio di persona.

Bibliografia

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