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Doom scrolling: cos’è, perché aumenta l’ansia e come interrompere il circolo senza sforzarsi

Donna che guarda lo smartphone di notte durante un episodio di doom scrolling, con affaticamento mentale e difficoltà a staccarsi dallo schermo

Capita di prendere il telefono solo per controllare una notifica e ritrovarsi, venti minuti dopo, ancora lì a scorrere. Una notizia negativa ne richiama un’altra, poi un commento, un video, un aggiornamento. Più si legge, più cresce la sensazione che sia necessario continuare per capire meglio cosa sta succedendo. È questo uno dei meccanismi tipici del doom scrolling: lo scorrimento prolungato e spesso compulsivo di contenuti soprattutto negativi, allarmanti o ansiogeni.

Perché il doom scrolling ci aggancia così facilmente

Il punto non è semplicemente che “usiamo troppo il telefono”. Il comportamento si mantiene perché, almeno all’inizio, sembra avere una funzione. Davanti a qualcosa di incerto o minaccioso, il cervello cerca informazioni per ridurre l’incertezza e recuperare una sensazione di controllo. Scorrere allora può sembrare un modo per restare aggiornati, anticipare i problemi o non farsi trovare impreparati.

Il problema è che l’informazione non chiude davvero il bisogno di sapere. Al contrario, ogni nuovo contenuto apre altre domande. La ricerca recente descrive il doom scrolling come un comportamento abituale e compulsivo che può essere rinforzato dallo scrolling infinito e dalla selezione algoritmica dei contenuti; inoltre, ansia di tratto e intolleranza dell’incertezza sembrano avere un ruolo importante nel mantenimento del circolo.

Quando informarsi diventa un modo per alimentare l’ansia

Il paradosso è evidente: si continua a scorrere per sentirsi più preparati, ma spesso ci si ritrova più tesi di prima. L’esposizione ripetuta a contenuti negativi mantiene l’attenzione agganciata alla minaccia e può favorire ruminazione, affaticamento emotivo e una percezione più pessimistica di ciò che accade intorno a noi.

Questo non significa che leggere notizie difficili sia di per sé dannoso. La differenza sta nel modo in cui le consumiamo: cercare un’informazione specifica e poi fermarsi è diverso dal passare da un contenuto all’altro senza un vero punto di arrivo.

Stress, sonno e concentrazione: gli effetti più comuni

Quando lo scrolling si prolunga soprattutto la sera, il cervello resta impegnato in una sequenza continua di stimoli. Non c’è soltanto la luce dello schermo: c’è anche il contenuto emotivo, spesso attivante. Il risultato può essere una maggiore difficoltà a “staccare”, un addormentamento più lento e un sonno meno regolare.

Durante il giorno può comparire anche un altro effetto: la concentrazione si frammenta. Abituarsi a passare rapidamente da un contenuto all’altro rende più difficile restare su attività che richiedono tempo, continuità e una soglia di attenzione più stabile.

Perché dire semplicemente “basta telefono” spesso non funziona

Quando un comportamento è diventato automatico, affrontarlo soltanto con la forza di volontà spesso produce l’effetto opposto. Più ci si impone di non controllare, più aumenta l’attenzione verso lo stimolo. È più utile modificare il contesto e interrompere la sequenza prima che diventi automatica.

Strategie concrete per interrompere il circolo

Una prima strategia consiste nel trasformare lo scrolling da comportamento indefinito a comportamento delimitato. Invece di dire “non devo guardare le notizie”, può essere più realistico scegliere uno o due momenti precisi della giornata e decidere in anticipo quanto tempo dedicarvi.

Può aiutare anche ridurre gli inneschi: disattivare le notifiche non necessarie, evitare di tenere il telefono sul comodino, togliere le app più utilizzate dalla schermata principale o usare un timer. Sono piccoli ostacoli, ma proprio perché interrompono l’automatismo possono essere efficaci.

Un’altra possibilità è osservare cosa si cerca davvero quando si apre il telefono. Informazione? Distrazione? Sollievo da una sensazione spiacevole? Se il bisogno reale è abbassare la tensione, può essere più utile sostituire lo scrolling con una risposta coerente: qualche minuto di respirazione lenta, rilassamento muscolare progressivo, training autogeno, mindfulness o una breve visualizzazione.

Quando il doom scrolling diventa un sintomo di qualcosa di più ampio

In alcuni casi il problema non è il telefono in sé, ma il modo in cui viene utilizzato per gestire ansia, bisogno di controllo, vuoto o difficoltà a tollerare l’incertezza. In queste situazioni può essere utile lavorare non soltanto sul comportamento visibile, ma anche sui meccanismi che lo alimentano.

Nel lavoro psicologico può essere utile un approccio flessibile e integrato, scegliendo strumenti diversi in base alla persona e al problema: strategie brevi, tecniche di rilassamento, mindfulness, ipnosi ericksoniana o altri strumenti finalizzati a modificare la relazione con l’ansia e con il bisogno di controllo, senza trasformare il cambiamento in una nuova battaglia con se stessi.

Il punto non è smettere di informarsi, ma tornare a scegliere

Il doom scrolling diventa problematico quando il gesto smette di essere una scelta e diventa una sequenza automatica: apro, scorro, mi agito, cerco altro, continuo a scorrere. Interrompere il circolo non significa isolarsi dalle notizie. Significa recuperare la possibilità di decidere quando informarsi, quanto farlo e soprattutto quando fermarsi.

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