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Fame emotiva: quando mangiare diventa un modo per gestire le emozioni

1 giorno fa
Tempo di lettura: 5 min

Capita quasi a tutti, qualche volta: tornare a casa dopo una giornata pesante e, quasi senza decidere di farlo, ritrovarsi davanti al frigorifero aperto. Non perché lo stomaco lo chieda davvero, ma perché c'è qualcosa, dentro, che ha bisogno di calmarsi. Nella maggior parte dei casi è un gesto isolato, che si esaurisce lì. Ma quando succede spesso - quando il cibo diventa la prima risposta ogni volta che si è stanchi, in ansia, tristi o semplicemente annoiati - vale la pena fermarsi a capire cosa sta succedendo davvero.

Si parla, in questi casi, di fame emotiva: un modo di mangiare che non nasce da un bisogno fisiologico ma da uno stato emotivo che si cerca, in qualche modo, di gestire. Spesso non ce ne accorgiamo nemmeno, finché il pacchetto di biscotti non è già mezzo vuoto e arriva, insieme alla sazietà, anche un certo disagio.

Perché capita di mangiare quando non è il corpo a chiederlo

Il legame tra emozioni e cibo si costruisce molto presto, spesso fin dall'infanzia, quando il cibo viene associato al conforto, al premio o alla distrazione da qualcosa di spiacevole. Un dolcetto per consolare un pianto, uno snack davanti alla televisione per allontanare la noia: sono piccoli apprendimenti che restano, e che da adulti si ripresentano ogni volta che un'emozione diventa difficile da reggere senza fare nulla.

Dal punto di vista fisiologico, lo stress non è neutro rispetto al comportamento alimentare. Una revisione sistematica con metanalisi condotta su quasi 120.000 persone ha confermato che lo stress si associa a un aumento del consumo di cibi meno sani e a una riduzione di quello dei cibi più sani, anche in chi non ha alcun disturbo alimentare (Hill et al., 2021). Non è quindi un segnale di scarsa forza di volontà: è una risposta che il corpo impara a usare, perché nell'immediato funziona davvero - il cibo, soprattutto quello più gratificante, offre un sollievo rapido, anche se breve.

Come si manifesta la fame emotiva, e cosa la mantiene nel tempo

La fame emotiva ha alcune caratteristiche che la distinguono dalla fame fisica, anche se sul momento non è sempre facile riconoscerle. Arriva all'improvviso, spesso in risposta a un'emozione precisa più che a ore di digiuno; si concentra quasi sempre su alimenti molto gratificanti, dolci o salati che siano; porta a mangiare in modo rapido e quasi automatico, con l'attenzione altrove; e lascia, dopo il sollievo iniziale, una sensazione di disagio o di colpa che la fame fisica normalmente non lascia.

È proprio questo disagio, paradossalmente, a mantenere il meccanismo nel tempo. La colpa che segue un episodio di fame emotiva è a sua volta un'emozione da gestire, e il modo più immediato che si conosce per farlo rischia di essere di nuovo il cibo. Una ricerca condotta su un ampio campione di adulti ha mostrato che chi ricorre più spesso a questo modo di mangiare presenta, in media, maggiori difficoltà nella regolazione delle proprie emozioni e un disagio psicologico più marcato rispetto a chi non lo fa (Xu et al., 2024). Questo non significa automaticamente avere un disturbo alimentare: significa che il cibo, in quel momento, sta facendo un lavoro che altrimenti spetterebbe ad altre strategie di regolazione emotiva, non sempre disponibili o allenate a sufficienza.

Quando vale la pena prestarci attenzione

Mangiare qualcosa di buono per consolarsi, una volta ogni tanto, fa parte della vita e non è di per sé un problema. Il discorso cambia quando diventa l'unico modo conosciuto per affrontare le emozioni difficili, quando inizia a generare vergogna o la tendenza a mangiare di nascosto, oppure quando la sensazione di aver perso il controllo sul proprio modo di mangiare torna spesso ed è pesante da portare. Cambia anche quando il rapporto con il cibo, più in generale, comincia a occupare uno spazio mentale sproporzionato rispetto a prima.

In questi casi non serve arrivare a una diagnosi da soli, né aspettare che la situazione peggiori ulteriormente prima di parlarne. Vale piuttosto la pena confrontarsi con un professionista, che possa fare una valutazione accurata della situazione specifica: dietro schemi che sembrano simili possono nascondersi quadri molto diversi tra loro, e meritano attenzioni diverse.

Le conseguenze della fame emotiva nella vita di tutti i giorni

Al di là degli aspetti più fisici, che qui non sono il punto, il costo più rilevante della fame emotiva è spesso psicologico. Con il tempo si rischia di perdere fiducia nella propria capacità di leggere i segnali del corpo - di distinguere la fame vera dal bisogno di calmarsi - e questo può generare un senso di insicurezza che si estende anche ad altri ambiti della vita. Il ciclo di sollievo e colpa, ripetuto nel tempo, tende inoltre ad assorbire energie mentali che potrebbero essere investite nell'affrontare direttamente ciò che genera lo stress o il malessere di partenza: una relazione difficile, un carico di lavoro eccessivo, una stanchezza che non trova altro spazio per essere riconosciuta.

Come si può intervenire, con un percorso su misura

Non esiste un'unica via, e un percorso efficace parte sempre da una valutazione della situazione specifica della persona, non da uno schema fisso applicato a tutti allo stesso modo. Alcuni strumenti, però, si sono dimostrati utili in modo piuttosto consistente.

Il primo è lavorare sul meccanismo che mantiene il comportamento, più che limitarsi a contrastarlo con la sola forza di volontà: la terapia breve strategica, nella tradizione della Scuola di Palo Alto, parte proprio da qui, individuando la sequenza specifica - l'emozione, il pensiero automatico, il gesto verso il cibo - e intervenendo su passaggi precisi di quella sequenza, con cambiamenti mirati più che con lunghe ricostruzioni del passato.

Il secondo riguarda la capacità di riconoscere i segnali del corpo e di restare, per qualche istante, con l'emozione senza passare subito all'azione: le tecniche di consapevolezza e il mindful eating lavorano proprio su questo spazio tra lo stimolo emotivo e la risposta automatica. Diverse ricerche hanno mostrato risultati incoraggianti in questa direzione: una revisione sistematica con metanalisi ha rilevato un effetto positivo degli interventi basati sulla mindfulness sui comportamenti alimentari legati a sovrappeso e obesità (Kao et al., 2024), e uno studio randomizzato condotto in contesti di medicina di base ha osservato una riduzione della fame emotiva nelle persone che avevano seguito un percorso di mindful eating, rispetto a chi non lo aveva fatto (Morillo-Sarto et al., 2022).

L'ipnosi ericksoniana può essere un'ulteriore risorsa all'interno di questo percorso: aiuta ad accedere più facilmente a uno stato di calma e di maggiore consapevolezza, e a lavorare in modo meno diretto su abitudini automatiche che, a livello razionale, si conoscono bene ma che restano difficili da modificare nel momento in cui si presentano. Nessuna di queste strade, da sola, è una soluzione garantita per tutti: funzionano quando si inseriscono in un percorso pensato sulla persona, e quando - se il rapporto con il cibo lo richiede - vengono affiancate da una valutazione medica o nutrizionale.

Riconoscere la fame emotiva per quello che è, senza giudicarsi, è già un primo passo utile. Il passo successivo, quando serve, è costruire insieme altri modi per gestire le emozioni che non passino necessariamente dal cibo.



Bibliografia

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